Terme di Baia

Baia

Baia, oggi come un tempo, non è mai stata una vera città, eppure molti personaggi fra i più noti di Roma antica, da Pompeo a Giulio Cesare, da Nerone ad Adriano hanno voluto frequentarla e soggiornarci.

I grandi scrittori latini, da Svetonio a Seneca, quando ci tramandano le imprese di questi personaggi,oltre a descriverci fatti, e anche misfatti, avvenuti su questi lidi, ci aiutano a ricostruire il panorama dell’epoca: le sontuose ville che questi vi avevano fatto costruire, il palazzo che gli imperatori, nel corso dei secoli, avevano voluto sempre più ingrandire.

I poeti loro contemporanei invece, come Properzio, soffrivano per amore e maledicevano Baia che tratteneva in lunghi soggiorni marittimi, forse non troppo innocenti, la loro amata, anche se è proprio un poeta, Licofrone da Calcide, a narrarci l’origine del nome di questa località: qui in fatti sarebbe stato sepolto Baios, il nocchiero di Ulisse, dopo la sua morte lontana dal suo comandante, ricordatasul posto ancheattraverso una statua, mai purtroppo ritrovata.

Sono tuttavia le parole di un sicuro frequentatore di Baia, Plinio il vecchio, a spiegarci la vera unicità di questi luoghi: da comandante della flotta imperiale romana nella vicina Miseno, certamente frequentava le rinomate terme dove, a suo dire, si poteva trovare la più grande varietà allora nota di acque salutari. Calde, a volte caldissime, capaci addirittura di cucinare pietanze, sgorgavano dal sottosuolo insieme a vapori bollenti, raccolti direttamente in saune scavate nella roccia. Ecco dunque che l’essenza dei Campi Flegrei, “ardenti” per definizione, viene trasformata dalla pratica mentalità romana in strumento medico ma anche imprenditoriale, con la creazione di decine di stabilimenti termali che pian piano soppiantarono un paesaggio di isolate grandi ville, riempiendo di costruzioni, nel corso dei secoli, la costa tra Cuma e Pozzuoli.

Uno sfruttamento intensivo che a cui si accompagnò per secoli, come ci ricordano Cicerone e, quattrocento anni dopo, Sant’Agostino, una “dolce vita”oziosa e sfarzosa, che venne meno solo con la crisi dell’Impero Romano. A ciò si aggiunse l’insita instabilità del luogo: scosse di terremoto e bradisismo, tutti fenomeni collegati, insieme alla risalita dei vapori,alle attività del sottosuolo, che modificarono profondamente, nel corso dei secoli, il paesaggio.

Nonostante ciòla tradizione salutare di vapori e acque sembra non essere mai venuta meno e sono di nuovo poeti e scrittori di mille anni dopo a ricordarcelo: Petrarca e Boccaccio, non senza qualche nostalgia per la vitalità descritta dai loro predecessori, ci raccontano come le virtù terapeutiche di quelle acque attiravano ancora frequentatori, come anche Federico II di Svevia, Imperatore del Sacro Romano Impero. I vecchi e certo in parte decadenti edifici romani, furono infatti continuamente restaurati e trasformati, con nuovi nomi che tuttavia ricordavano il passato, come nelle “grotte di Nerone”, sopravvissute in funzione fino ai nostri giorni.

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